Avvicinarsi al vino ed essere astemi: questo potrebbe essere l’inizio della mia storia. E in effetti ho cominciato ad apprezzare il vino, io credo, nel modo migliore: in compagnia tra gli amici nei rifugi di montagna, quando andavo ad arrampicare. Lentamente il piacere per questo dono divino è diventato cultura che si è evoluta nel tempo.
La mia vita, la nostra vita ha assunto gli orizzonti aperti della campagna perché in città non trovavamo spazi vitali, non li sentivamo nostri. Così abbiamo trovato un rudere e abbiamo iniziato a sistemarlo, pietra dopo pietra. Il vigneto faceva parte della proprietà rurale, ho cominciato a lavorarlo con un contadino e poi, poco alla volta, ho preso a seguirlo da sola, con passione ed entusiasmo.
Credo che la mia sia stata davvero una situazione di privilegio: non ho iniziato a fare il vino per necessità economica, con l’obbligo stretto di guadagnare, ma l’ho fatto per passione pura.
Il fatto di provenire da un luogo altro, dalla città, mi ha fatto capire molto della terra, perché mi ci sono avvicinata con la purezza di chi ha paura, di chi deve imparare e non vuole fare errori.
Per questo, fin da subito, ho guardato con estremo stupore, ma anche con preoccupazione, chi subordinava la pratica agronomica al risultato finale, utilizzando come sistema univoco la chimica di sintesi e qualsiasi altro tipo di intervento poco naturale.
Io credo si debba sentire, vivere il ritmo della terra, assecondarlo: pensare di poter governare la natura è la cosa peggiore che si possa fare.
E’ quindi diventato indispensabile per me mirare ad un sistema produttivo che abbia la biodiversità, la flessibilità e la stabilità dei sistemi naturali.
È vitale vivere nella natura, con la natura, sentire sulla pelle l’aria, il caldo, il freddo, la pioggia, il gelo, nel silenzio della campagna, senza orologio ma, quel che più conta, senza chiasso.
Il chiasso è la cifra esatta del periodo schizofrenico in cui viviamo, questo tempo, ecco, non mi piace.
